Canto d’Africa. La terra appartiene alla terra.

Certe mattine, mi ricordano di più l’Africa. Il sud est mi scorre dentro e si inoltra per centinaia di chilometri verso  Nairobi, sulle colline verdi del west side, e fino alla Rift Valley, sulla terra rossa di quella spaccatura profonda, la radice di tutto e di tutti. Utero e mammella del mondo intero.
Ricordo quella volta in cui ho proseguito il viaggio in auto, con Eva e Volkan, per le strade dove i coltivatori di rose giravano con i camioncini aperti sul retro, spargendo petali al loro passaggio. Gli odori stordivano i sensi. Ho dormito sola, in una casa del Sopa lodge, sul lago Naivasha, svegliata all’alba dai versi degli accoppiamenti  degli ippopotami, tra i pescatori silenziosi e assorti a sbrogliare le reti.
Ho visto la luna gigante e le giraffe nutrirsi di acacie, accanto ai piccoli villaggi di terra e sterco, nel Masai Mara. Bambini scalzi e donne incinte, fare la guardia ad un gruppo cinque capre. In mezzo al niente, tutto il loro avere. Una spropositata ricchezza, sconfinata dignità.
Ho ascoltato il barrire degli elefanti dietro al campo tentato, mentre il fuoco scoppiettava rosso, dopo il tramonto. Non ho mai dormito. Ho scritto sempre. Ho scritto alla luce della lanterna, succhiando ogni singola goccia di tutte le notti. Ho visto mandrie di gnu in migrazione, verso i bacini d’acqua, e poi il pasto del leone dalla criniera fiera e un rinoceronte bianco, forse l’ultimo, rotolarsi tra i cespugli della savana, al mattino.
Poi il ritorno verso la costa, a sud, verso la Tanzania, mio padre che mi aspetta. Il suo incedere sempre più incerto. Il canto del tucano sugli alti rami delle tamerici. Il fiorire del frangipane, dopo le grandi piogge e il rumore dell’oceano Indiano, dietro la nostra casa. La moschea accanto alla foce del fiume Congo, le pance dei baobab come templi. E poi gli ospedali, le corse verso Mombasa per salvare ogni giorno qualcuno da una malaria. Riparare i tetti caduti delle capanne nel bush, costruire una piccola aula per la scuola. Non fermarsi mai.
Mio padre dice che non possiamo salvare l’Africa, ma –  ognuno con quel che può -, ripararla dalle ferite inferte ai suoi popoli dal mondo intero, sì.
Non posso immaginarmi senza questa terra. Non voglio sapere di chi non accoglie vite umane. Questo rigettare la colpa sui più deboli, scannandoci per il potere del niente nel nulla.
Io non so il perché di tanto innestato odio, forse naturale e atavica difesa della singola proprietà, forse è solo l’equilibrio macabro e necessario all’Occidente fatto di sopraffazione e violenza verso un mondo terzo.
Continuo a non accettarne l’idea o meglio, lo stato dei fatti aberranti.
Siamo tutti migranti, anche colonizzatori – ricordate…? – perché bisogna ricordare tutto se vogliamo essere onesti.
Io non dimentico.
La terra che mi accoglie, io la accolgo. Ne sento l’urgenza, la naturalezza.
Siamo tutti migranti. È toccato anche a noi, toccherà nuovamente a tutti.
La terra si muove, senza confini, mutante nei flussi migratori di tutte le specie umane e animali.
La terra appartiene alla terra.

Elisabetta Destasio

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La cura. Più che una lotta, che sia una danza.

28577731_10214295277048165_4588771007577347795_n Prima o poi sarebbe accaduto. Sapevo che sarebbe arrivato il momento di condividere quelle che sono state le parole di Severino Cesari, nel suo ultimo lavoro “Con molta cura”(Rizzoli). Oltre al consiglio spassionato alla lettura di questo diario, tenuto durante una lunga malattia e lotta contro il cancro da Severino- che è stato tra gli editori migliori che potessimo avere e  ideatore della collana Stile Libero di Einaudi, assieme a Paolo Repetti-, porto dei riferimenti di un articolo scritto per Doppiozero, dalla cara Alessandra Sarchi.  Sono totalmente d’accordo con Alessandra. E’ palesato in questo lavoro, un “ribattezzare il mondo” appartenendogli ugualmente; la ricerca assoluta di “una forma di convivenza amichevole, per stemperare l’ansia con l’ironia, per mantenere il senso critico senza farsene annichilire, per trasformare l’insignificanza in una possibilità.” “Al principio del secolo scorso, due insuperati esploratori della psiche e dei costumi, due giganti della letteratura di tutti i tempi, Virginia Woolf e Marcel Proust, avevano predicato, ognuno per contro proprio, ognuno con il proprio stile, l’importanza di fare buon uso delle malattie in quanto osservatorio privilegiato dell’umanità e della vita stessa. Severino Cesari non ha disatteso questa lezione.”

Quella che segue, invece, sono io. E’ la me che a volte procede secondo le regole e la Cura e a volte, per stanchezza, cede. Mi perdonerete.

Non tocca a tutti di doversi sentire le braccia così stanche e doloranti, come solcate da diversi aratri; di sentire allo stesso tempo una forza propulsiva, quella che viene da un minimo d’esperienza per la convivenza con un errore genetico. Tredici anni senza mai smettere di credere alla risoluzione, alla definizione dello stato delle cose. Un tribunale dalle infinite cause aperte, un luogo di non redenzione e di una giustizia lontana dall’essere giusta. Tredici anni in cui non sei più sola, ma hai questa stanca e scomoda abitudine di avere un ospite fisso nella tua stessa camera, nel tuo stesso letto. Nel sonno e nella veglia, delle notti senza sonno. In parallelo, hai anche mesi e stagioni in cui scorre tutto come dovrebbe; una vita al pari di quando prima non eri una paziente, ma solo una impaziente che scalciava forte e chiaro contro la vita e verso i propri desideri. Poi, diventi paziente-impaziente.

Cerchi di sottrarti ad una esasperata astenia, concentrandoti  sul lavoro- che salvezza, il lavoro!-  Cerchi di sottrarti alla fragilità: mettici quella capillare, quella delle unghie, l’epistassi periodica, quella dei vari bulbi piliferi.

Tutto cambia. Tutto. Persino la tua pelle. Passi e fuggi davanti allo specchio. Anche se ci sarà sempre chi pensa di te, che sei quella molto attenta al trucco e al parrucco. Non è così. Non è più così. La semplicità, la amerai dopo tutto. Dopo tutti i ricoveri, le corse in dh, quelle in pronto soccorso, dopo tutte le imprecazioni o le preghiere contro il niente, il nulla, il vuoto.

Ma c’è un’alternativa: pensare che tutto stia accadendo per un motivo ben preciso. Sei in missione di pace. Decidi tu dove. Può essere il tuo Vietnam,  la tua Bosnia, la tua Siria. Sei un’inviata di pace, in piena guerra. Terribile, ma è così. Devi credere fermamente che ti si stia offrendo una seconda possibilità, un varco per comprendere ed accettare con cura, tutte le cure. Uno sguardo diverso, amorevole, verso chi riesce a stare accanto ai tuoi sbalzi d’umore e ai tuoi cambi repentini di programma, perché una mattina ti alzi e comprendi che a ritirare un premio di poesia, non potrai andare tu.

Accetta le cure. Accetta con cura, tutto ciò che ti viene dato in dono. Impara ad attendere, nonostante il carattere ti detti una corsa che non potrai fare, una medicina che non potrai sospendere. Accetta che i medici, che saranno tra i tuoi migliori amici se sei fortunata, ti dicano che non guarirai, ma che avrai una seconda pelle. La tua seconda opportunità, è un compagno di vita (quando gli altri non ci saranno più), che si chiama tumore. Finché vita, non vi separi dalla vita stessa. La terza opportunità sarai tu, senza di lui. Mettitelo in testa. Sfidalo. Sfidalo con cura.

Impara a scrivere e a scriverti addosso, tutte le volte che non ti verrà di raccontare a nessuno delle giornate passate distesa, senza forze, guardando da dentro una primavera, un’estate, un altro autunno che non potrai vivere come vorresti tu, spaccando il culo al mondo. Attendi, pazienta e se pensi che lo stai già facendo, tu pazienta di più.

Compassa la pazienza. Attendi la cura, quella ancora in sperimentazione, con un protocollo in cui magari rientrerai. Quello che bloccherà finalmente la modifica scellerata di un gene. Tanto è lui il colpevole. Meglio individuarne uno e dargli la colpa di tutto. Avrai qualcuno da combattere e paradossalmente sarà più semplice. Addossagli anche la colpa del tuo non essere diventata genitrice di vita. Fallo. Lui abita in te, alberga gratis nella tua locanda di ghirlande fiorite, di limonaie davanti al mare. Fagli pagare un dazio molto alto. Inducilo allo sfratto esecutivo. Ti dovrà lasciare sola, prima o poi. Ti dovrà lasciare libera di innamorarti ancora e di non avere paura di chi vorrebbe tanto amarti. Ingurgita e produci amore.

Sii portatrice sana di tutta la cura di cui necessiti. Con estrema cura, attendi. Con poche forze, attendi. Aspettati di tutto, durante l’attesa e sii produttiva. Leggi, leggi, leggi. Sii amorevole verso il sapere. Sapere aude. Tatuati queste parole. Sei come un secolare tronco d’ulivo. Sappi che anche per lui, c’è una cura. Aspetta con cura, con estrema cura i giorni più semplici. Con estrema cura, ama.

Scrive Severino Cesari, che in qualche modo amerò per sempre: “1 Dicembre. Quando guarirò / Ci sarà un’aria fredda e pulita come ora / Con un sole chiaro/quando guarirò / Non importa se io non ci sarò più, a vedermi guarire / Io guarisco ogni istante in cui mi curo”.

Elisabetta Destasio

Di Valerio Varesi “Affrontare il testo narrativo. La riappropriazione della lingua letteraria”

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Oggi ospito un’altra eccellenza: lo scrittore e giornalista de La Repubblica -Bologna-, Valerio Varesi. Nasce a Torino, ma vive a Parma e lavora a Bologna.  Esempio di scrittura sapiente, colta, unita all’umiltà e alla non faziosità di un io dirompente e prorompente, sempre più attuale. Affascinato dalla letteratura celiniana, ne assorbe le nuances: le più forti, ritengo. Il suo pluripremiato “Commissario Soneri”, edito da Frassinelli, e potenziato nel successo dalla serie televisiva in Rai, continua a sorprenderci anche in un’ottima traduzione in lingua francese (qui l’editore è Agullo). Invece, nel romanzo psicologico e introspettivo “Lo stato d’ebbrezza”del 2015, che ha peraltro partecipato al Campiello, ci coinvolge in una sorta di “viaggio al termine della notte” nell’Italia degli ultimi trent’anni e nel suo sfacelo socio-politico. Non potevo non farvi porre attenzione a questo suo punto di vista, circa la definizione, o meglio la “riappropriazione” della lingua letteraria.

Infinitamente, grazie. All’amico, allo scrittore e anche a Bologna, mia città d’adozione, che ha fortemente cementato questo legame fraterno.

 

“Chiunque affronti un testo narrativo deve, a mio parere, possedere tre cose fondamentali dalle quali nessuna opera che ambisca a definirsi letteraria, può mai prescindere. I tre requisiti, di cui ragionerò di seguito, sono una lingua adeguata allo scopo, una storia avvincente e possibilmente originale, e una combinazione di personaggi e intreccio che abbia la pretesa di essere rappresentativa al punto da fornire e riflettere una interpretazione del mondo.

Il primo problema fondamentale, come detto, è quello della lingua. Oscar Wilde ha definito per sempre la questione: i libri non sono distinguibili per generi, ci sono libri scritti bene e libri scritti male. E’ un po’ come per chi racconta barzellette. La stessa storiella può fare ridere a crepapelle o lasciare indifferenti a seconda di chi ce la racconta. E pertanto, il possesso di uno strumento espressivo adeguato è dirimente sulla questione letteraria. Ma che lingua si deve usare per raccontare in maniera che possa definirsi appartenente alla letteratura? Si tratta di una questione molto complessa che spazia da chi chiama lingua letteraria solo quella estremamente innovativa o sperimentale, a chi ritiene, molto più semplicemente, che basti usare la parola ripulendola dall’uso quotidiano.

A questo proposito tenterò allora di definire la lingua letteraria per negazioni, per quello che non deve essere. Il requisito fondamentale è la riappropriazione del senso. Ci sono parole che a furia d’essere usate a sproposito, non sono più utilizzabili con un significato univoco. La lingua letteraria deve fare uno sforzo che assomiglia all’azzeramento. Chi scrive deve comportarsi come un bimbo che impara a chiamare le cose con immediatezza e spontaneità. Deve liberarsi dall’uso abituale, passare al setaccio le parole e utilizzarle con cautela. Credo che un esame selettivo del parlato e dei dialetti sia molto utile a ristabilire autenticità alla lingua. Uno dei motivi che hanno portato all’inaridimento attuale è la morte di un linguaggio icastico ed ellittico come il dialetto. Ovunque si afferma quello che qualche linguista ha chiamato “il linguaggio mafioso”, vale a dire una lingua che dice e non dice, imprecisa, sbavata, poco rappresentativa, la quale non genera comunicazione ma dà l’idea di omettere.

Gli esempi, in questo senso, sono dilaganti a partire dal non vedente, non udente, dall’operatore ecologico fino all’handicappato. Ma sono solo i  più banali. Curioso è che questi imbarbarimenti inventati per ingentilire i concetti, si moltiplichino in una società che ha sempre meno rispetto per il prossimo e per le categorie citate. L’ipocrisia dilagante non riguarda solo la lingua, ma quest’ultima ne è il riflesso forse più rappresentativo. L’autenticità è quindi il primo comandamento dello scrittore. Ma lingua significa anche ritmo. Lalla Romano dice che la scrittura è questione di orecchio. Credo sia la dote più difficile da possedere. Se si analizza un testo poetico di Montale, Luzi, Sereni o Caproni, si scopre che la loro lingua è fatta di parole semplici ed autentiche secondo la lezione di Ungaretti. Il segreto sta nella successione-combinazione delle parole nella frase. Successione che genera la musicalità o la cacofonia di un testo. La ricetta dello scrivere è tutta qui: alchimia della frase e scelta delle parole. Uno può possedere ritmo ma se il suo lessico è scadente il risultato sarà comunque deludente. Viceversa, eruditi e filologi in possesso di una ricchezza proverbiale di vocaboli, non riescono ad ottenere esiti felici perché non posseggono il senso della musicalità e del ritmo.

Ogni autore ha il suo ritmo. Leggere la Yourcenar è come ascoltare la risacca lenta del mare. Leggere Celine, invece, è come stare su una barca con la tempesta. Ho fatto due esempi estremi, ma se si leggono dei buoni libri e si ha orecchio, non sarà difficile identificare in essi il registro narrativo. E da questa attitudine all’ascolto si affina la capacità di trarre una propria musicalità.

Una lingua efficace, tuttavia, non basta a comporre un buon testo. Occorre avere in testa anche una storia. Noi italiani chiamiamo tutto ciò intreccio o trama. Gli inglesi lo definiscono “plot” con una parola per certi versi onomatopeica che lascia immaginare qualcosa di pesante, come un telaio che sorregge il racconto. La letteratura è fatta, oltre che di lingua, anche di un intreccio capace di avvincere il lettore. Raccontare qualcosa, significa coinvolgere. Bisogna essere capaci di affascinare e incuriosire chi legge tenendolo avvinghiato al racconto e voglioso di conoscere. Senza curiosità non c’è passione di lettura e la curiosità deriva da ciò che si narra. Senza una storia, un autore è come un suonatore senza spartito. La letteratura è fatta di grandi vicende e di grandi personaggi loro protagonisti. Se proviamo a ricordare quello che abbiamo letto in tanti anni cercando di stilare una graduatoria di ciò che è rimasto più impresso nella nostra mente, ci si renderà conto che ricordiamo solo libri con grande trama e grandi personaggi. Ci verrà in mente Ulisse, Don Chisciotte, Gargantua, Orlando. Oppure Ingravallo, Josef K., Maigret o Meursault. Se il libro fosse stato solo un esercizio letterario, non ricorderemmo nulla. Anche le straordinarie prove stilistiche di Gadda, le ricordiamo per le vicende in cui sono calate.

Non è necessario raccontare avventure. Si può anche parlare di se stessi come ha fatto Proust. Ma il suo viaggio intorno all’io è comunque una straordinaria avventura. Talvolta ci descrive sensazioni che anche noi abbiamo confusamente provato ma non avremmo saputo descrivere così bene. E in ogni caso, anche Proust, attraverso la lente dell’io più profondo, ci mostra il mondo borghese della Francia di fine ‘800. Concludendo, la storia è fondamentale in un racconto ai fini della comunicazione autore-lettore. E narrare in chiave letteraria significa non solo comunicare, ma coinvolgere il lettore rendendolo complice, facendo leva sul suo innato desiderio di conoscere.

Affinché il testo vada oltre la pura e semplice letterarietà, occorre che l’autore faccia un passo ulteriore. Vale a dire si sforzi di dare un’interpretazione al mondo attraverso la storia e i personaggi. Sia la prima che questi ultimi devono contenere qualcosa di paradigmatico. Paradigmatico non significa però didascalico. Il romanzo o il racconto devono aborrire l’allegoria, ovvero la schematicità dove i personaggi non esistono di per sé, ma solo come simboli e la trama è una vicenda che viaggia su binari come una dimostrazione matematica. La letteratura non può essere ancella di qualcosa d’altro. Essa ha una propria legge che è quella della spontaneità espressiva. L’aveva chiaramente affermato Kant quando, nella “Critica del giudizio” scrive che “il bello è ciò che piace universalmente senza concetto”. Nessuna legge o teorema può ingabbiare la letteratura. E quando si è ingabbiata l’arte dentro un’idea di come dovrebbe essere l’arte, si sono ottenuti risultati sconfortanti com’è il caso del realismo sovietico.

Tuttavia, la storia narrata deve rimandare a qualcosa d’altro che la superi. I grandi libri sono tutti emblematici. Raccontano una storia, intesa come trama, ma è una storia che contiene tutte le storie del suo tempo. Talvolta tocca temi e pone interrogativi che vanno al di là del tempo. Basti pensare a Kafka. Quando, ne “Il processo”, gli emissari del tribunale comunicano a Josef K. Quello che oggi chiameremmo avviso di garanzia, quest’ultimo tenta disperatamente di farsi riconoscere esibendo un mucchio di tessere, persino quella di un circolo sportivo. Cerca di manifestare il suo ruolo nel mondo e però viene ignorato. Nessuno sa nulla della sua vicenda, eccetto che c’è un provvedimento contro di lui. In questa iniziale descrizione con lampi di comicità, è già presente una mirabile rappresentazione del mondo moderno. L’eroe antico, costretto a combattere contro nemici terribili, era conscio del suo ruolo nel mondo. Il destino che annulla il suo libero arbitrio è proprio la manifestazione del suo ruolo sociale. Il dramma di Josef K. è, invece, di essere sconosciuto al mondo e quindi anche a se stesso. Lui crede di essere, ma non è. Il nemico è l’indifferenza, il suo stato di non-riconoscimento, scaturigine di angoscia esistenziale. Qui sta la modernità di Kafka: nell’aver individuato il male che attanaglia l’uomo-massa senza più ruolo nel mondo. Ma questa individuazione non avviene tramite un ragionamento, appare spontaneamente dalle vicende che ci vengono raccontate. Sappiamo molto di più dell’angoscia esistenziale leggendo “Il processo” che studiando una decina di saggi sull’argomento. E ciò perché la vicenda di Josef K. è anche la nostra vicenda. E’ questo che si intende per rappresentatività di una storia. E’ questa la letteratura che si trova solo nei grandi libri.”

“Lettera a mio figlio sulla politica” di Michele Cardulli

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L’intervento che mi pregio di ospitare oggi sul blog, è quello di un giornalista, un caro amico, che spiega a suo figlio il senso della storia del nostro Paese.  Il principio della democrazia, che ognuno di noi dovrebbe poter essere in grado di passare alle future generazioni, a quelle che sentiamo essere e chiamiamo le nostre radici.

Commossa, lo ringrazio.

 

“Ciao Ale,

mi chiedono di scrivere come racconterei la politica a mio figlio. E allora, invece di cimentarmi in un lungo e pensoso articolo, provo a scriverti una lettera, che poi magari te la faccio anche leggere. Così uniamo l’utile al dilettevole.

La politica te la voglio raccontare così. Con un’immagine di tuo nonno, Alessandro anche lui, uno che non si è mai piegato. Era un pomeriggio di tanti anni fa, all’università di Pisa. I fascisti volevano fare un’assemblea. Chi sono i fascisti? Sono quelli che non ti fanno parlare, che per vent’anni hanno vietato agli italiani di votare, di scegliere i propri rappresentanti. E per vent’anni hanno imprigionato e ucciso chi si opponeva,

Dai fascisti (direi di più, dai fascismi) ci siamo liberati con le armi. La storia la sai, la Resistenza, i partigiani. La libertà di non essere d’accordo, in questo Paese, ce la siamo conquistata, non dimenticarlo mai.

E un piccolo pezzo di libertà sta anche fra i denti di nonno, che non ci sono più. Non ci sono più perché lui quell’assemblea, ai fascisti non la voleva concedere. Volevano parlare della Grecia, dove ancora all’epoca c’era una dittatura che loro difendevano. Il regime dei colonnelli, si chiamava. E nonno Alessandro è figlio di un greco, comunista anche lui, che da quella dittatura era dovuto scappare. Non poteva accettare, insomma, che all’università di Pisa, storicamente frequentata da tanti ragazzi greci, i fascisti potessero comportarsi da padroni. Sarebbe stato uno sfregio gravissimo.

Tuo nonno andò in quella sala, si sedette alla presidenza e aspettò che arrivassero. Non glielo diede il microfono che stringeva forte in mano. Quelli allora presero una sedia, la spaccarono e lo colpirono forte con una gamba. Gli spaccarono tutti i denti dell’arcata superiore, sulla sinistra se ricordo bene. Ma lui quel microfono non glielo diede.

Nonno è arrivato ormai quasi a 80 anni. Sempre con la schiena dritta. Sempre impegnato in politica, sempre per passione e mai per interesse. Con quel suo carattere tanto simile al nostro, orgoglioso e testardo, ma sempre schietto e sincero.

Non gli ha dato quel microfono perché tu e tanti ragazzi come te possiate, al contrario, tenerlo in mano e dire liberamente la vostra opinione.

Ecco, io la politica vorrei che tu la vedessi così: come esercizio quotidiano di libertà. Tutto il resto viene dopo. Perché se non c’è la libertà tutto il resto non ha senso.

La finisco qui. Per una tradizione di famiglia, che potrà sembrare stupida, ma alla quale tengo molto, ti chiami anche tu come tuo nonno. Impegnati, lotta, difendi le tue convinzioni con passione e onestà. Ma soprattutto tieni sempre la schiena dritta.

Ciao,

Papà”

 

 

7 Marzo 1977

di Alessia Marri

C’era profumo di otto marzo per le vie di Civitavecchia quel giorno, un otto marzo difficile da dimenticare.
L’aria effettivamente è già calda, quando all’uscita da scuola ci viene a prendere mio padre. E’ strano, di solito viene la mamma oppure torniamo da soli anche se siamo ancora tutti piccoli. Mio padre prima di tornare a casa, decide di portarci da lei.
Iniziamo a camminare tutti insieme, tra le vie che portano al mercato di Civitavecchia. E’ l’ora di pranzo, gli ambulanti stanno iniziando a smontare i banchi dove fino a pochi minuti prima vendevano frutta e verdura. E’ una camminata che diventa immediatamente curiosa la nostra, non capiamo bene dove siamo diretti e nostro padre continua a rispondere alle nostre domande: “da mamma!”.
Del resto, noi eravamo abituati a trovarla a casa che apparecchiava la tavola e ci intimava il silenzio anche solo con lo sguardo, ma quel giorno stava andando per un altro verso.
Finalmente arriviamo sotto il palazzo dell’ECA, c’è gente sotto quel balcone pieno di donne affacciate. Sono tranquille, sorridenti. Tra loro c’è anche mia madre, che all’epoca aveva tre figli e soli trentanni. La salutiamo con il naso all’insù, i nostri fiocchi del grembiule si sciolgono, tanto ci dimeniamo con le braccia. Poi però tutti a casa, tutti a pranzo.
Passano poche ore, la mamma torna per cambiarsi, aveva già dormito una notte fuori casa. Parla di persone che sono venute da Roma, che fanno il digiuno, in effetti con loro avevano dormito anche Adelaide Aglieta e Gianfranco Spadaccia. Continua a ripetere che quei locali sono perfetti per il consultorio famigliare, si trovano al centro della città e vanno bene per tutti i servizi che un consultorio deve offrire. Sottolinea che l’ECA stà per essere dismessa come ente. Mentre racconta con passione, frettolosamente si cambia per ritornare lì, all’occupazione pacifica. E invece le sue compagne di lotta non le troverà più. Sono state tutte arrestate. Mia madre è disperata, immediatamente ci viene a prendere e con mio padre ci porta sotto le carceri di via Granari, dove erano state portate le sette donne. Ci fa sedere per terra, con voce amorevole ci dice che dobbiamo stare in silenzio. Nessuno parla, solo qualcuno rompe quel silenzio urlando:  “liberate le compagne!”
E’ notte, ho freddo, stringo forte la mano di mio padre. Sono piccola, ma capisco che lottare per un diritto significa anche sopportare quel freddo pungente.
Dopo tre giorni vennero tutte rilasciate, e dopo qualche anno il consultorio venne realizzato. Ma io non ho mai dimenticato quei giorni che profumavano di primavera e di otto marzo.

E un dio qualsiasi mi fece donna

 

 

 

Scevra dai pregiudizi, sempre nel nome dell’amore.

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Dall’alba del mondo. Una pelle e una libertà barattata con qualsiasi tipo di merce. Abbiamo fatto chilometri, restando ferme, capovolgendo ritmo e forza gravitazionale. Raggiunto ogni latitudine ed ogni parallelo.  Sepolte dalle nostre stesse parole. Ferite, abbattute. Un bacino d’utenza grande quanto l’universo delle speranze. Stare al mondo per tenere ferma la barra della cura, della tenacia, inforcando strade che affacciano su strapiombi. Che tanto non c’è un giorno in cui ricordarsi di commemorare. Che qui e altrove, tutti i giorni sono diventati uguali. Due ogni tre. Una ogni tre giorni. Che i giorni sono tutti uguali. Tutti pieni di capelli da legare o da rasare a zero, come le cose da dimenticare. Chiavi, appunti, libri, borse, automobili, fermagli, appuntamenti, donne da dimenticare.

E prima, ancora prima, bambine da educare ad essere persone. Da non dimenticare. Otto marzo delle bambine,  e per trecentosessantacinquegiorni  delle spose sorelle, delle figlie mancate. Venute al mondo per portarlo in grembo, il mondo. Per allattarlo, il mondo. Col latte e col sangue. In una capanna di sterco e argilla o in un appartamento sulla fifth avenue. Le donne in mezzo alla guerra, sotto il niqab, le donne a piedi, chilometri in marcia verso un pozzo d’acqua, nell’Africa sub sahariana, sotto un baobab.  Le donne nude, con la paura di essere nude.

Le donne in un angolo, le ho viste dentro una moschea, separate dagli uomini, vinte dal Corano, le ho viste in una chiesa all’ora dei vespri, chiedere perdono di un danno mai fatto. Le ho viste impegnate a difendere diritti, impegnate per un ideale, in politica, imporsi, non patteggiare. Le ho viste prostitute, bellissime e tragiche col trucco colato, lungo le strade, attorno al fuoco acceso, aspettare l’orgasmo dell’altro, scaraventate giù dalle auto. Le ho viste vergognarsi, attendere ore davanti alla porta chiusa di uno studio medico. Coraggiose e scoraggiate. Decidere un basta, decidere sole. Le ho viste e le vedo ancora, in marcia, dentro uno sciopero, dentro il desiderio di rivalsa, un riscatto sempre più alto da pagare.

Le donne narrate, le donne  spezzate, ammazzate, ma anche le donne amate, sublimate. Quelle da ammazzare ancora, quelle da amare ancora. Le ho viste signore Dalloway, uscire a comprare fiori. Sfiorare la vita di tanti sconosciuti, ma senza un fare allegro, anzi con incedere incerto. Le ho viste madri, rimboccarsi le maniche alle quattro del mattino, rimboccare le coperte, stanche, invecchiare senza memoria, senza ricordo d’infanzia, tutto scritto in un diario, tutto dentro a un bugiardino, nella tasca di una giacca. Dimenticata. La memoria, la vita. Pedalare sui lungomari, col sole in faccia.

Le ho viste amare, amare, amare, portare l’amore per due, secchi di solitudini e pianti. Le ho viste amare, amare come la buccia d’arancia. Le ho viste amare, ho amato come loro. Ma poi le ho viste anche amate, come madonne, sfiorate, accarezzate, lasciate riposare, in una culla o in un’alcova. Le ho viste amate in verticale, non dentro ad un letto. Le ho viste molto amate, rispettate, ascoltate nei silenzi. Sì, le ho viste anche amate. Tenute in mano- per mano- come si tengono i semi di grano, prima di fargli rendere fertile la terra, a partorire un futuro migliore.

Oltre ogni otto marzo. Oltre ogni commemorazione. D’amore e di lotta.

Elisabetta Destasio®

 

E Dio mi fece donna,
con capelli lunghi,
occhi,
naso e bocca di donna.
Con curve
e pieghe
e dolci avvallamenti
e mi ha scavato dentro,
mi ha reso fabbrica di esseri umani.
Ha intessuto delicatamente i miei nervi
e bilanciato con cura
il numero dei miei ormoni.
Ha composto il mio sangue
e lo ha iniettato in me
perché irrigasse tutto il mio corpo;
nacquero così le idee,
i sogni,
l’istinto.
Tutto quel che ha creato soavemente
a colpi di mantice
e di trapano d’amore,
le mille e una cosa che mi fanno donna
ogni giorno
per cui mi alzo orgogliosa
tutte le mattine
e benedico il mio sesso.

– Gioconda Belli –

 

L’arte di non scrivere

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Ci ho provato spesso a farne a meno. Sono anni che tento. Ma come un vizio più forte di qualsiasi altro, si impossessa delle mie dita. Ne sono ammaliata, avvinghiata. Non avviene in qualsiasi momento. Avviene che ci si fermi, che si rimanga bloccati, senza più conoscere nemmeno un andare a capo. Non ci si riconosce nel tempo. Scorre in modo folle oppure rallenta, rallenta così tanto da sembrare fermo. Quasi fisso a guardarci vivere.

Tenterò anche l’improbabile, dirò la mia. Mi affiderò soprattutto alle opere di coloro che alla questione alta dello scrivere,  dedicano l’esistere.